Fake è bello

Con Internet il web è diventato un contesto democratico nel quale tutti hanno il diritto di accedere e fruire allo stesso modo dei contenuti. La vera rivoluzione sta nel fatto che l’utente non ha (più) un ruolo esclusivamente passivo, ma può contemporaneamente essere sia fruitore che autore a tutti gli effetti: basta un computer, una connessione internet e tutti possono creare e pubblicare contenuti.
Questa forte disintermediazione ha portato al crollo di figure autorevoli come quelle dell’esperto o del giornalista, e sul web non conta più chi sei e che tipo di qualifiche possiedi: è un mondo di pari e per acquisire credibilità bastano i consensi degli altri utenti. Se chiunque può scrivere notizie e avere la stessa credibilità di un giornalista che pratica il mestiere da anni, anche le false informazioni possono quindi essere poste sullo stesso piano delle fonti ufficiali ed assumere per assurdo più credibilità di quest’ultime.

Il processo di accettazione di una qualche affermazione è legato a diversi fattori. Per natura ogni individuo ha la tendenza di mantenere stabile e coerente il proprio sistema di credenze e di conseguenza ignorare o non considerare credibile tutto ciò che vi si oppone. Se credessi nell’esistenza di forme di vita extraterrestri farei di tutto per accrescere questa mia credenza – documentandomi, leggendo e frequentando soprattutto siti di informazione che confermano l’esistenza degli alieni – ed escluderei tutte le informazioni opposte, o le utilizzerei per avvalorare ancora di più la mia tesi. Sarei quindi spinto a credere solo a quello che so già o che è comunque più vicino al mio modo di pensare e interpretare il mondo: è facile quindi che su Facebook segua pagine dedicate esclusivamente agli alieni e, anche se la notizia di un eventuale avvistamento dovesse essere infondata, sarò comunque portato a crederci perché conferma delle mie posizioni.

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Un’altra tendenza esplosa sui social network è la passione per le informazioni alternative e complottiste, ritenute affidabili. In un momento storico come il nostro, caratterizzato da profonde crisi sociali ed economiche, il mondo della politica non è in grado di fornire ai propri cittadini delle risposte adeguate, scatenando un sentimento sempre più diffuso di sfiducia nelle istituzioni. Questo clima di tensione porta grandi masse alla ricerca di risposte alternative al pensiero ufficiale: ogni evento politico, sociale ed economico viene decodificato attraverso spiegazioni che alimentano l’assoluta convinzione che, dietro qualunque avvenimento, ci sia un potere oscuro che agisce ai danni del popolo, intrecciando incredibili complotti e trame segrete.

La realtà è complicata e piena di sfumature difficili da leggere e interpretare; a volte credere in un complotto segreto è molto più rassicurante, ci permette di dare un senso semplice, per quanto assurdo, a cose che altrimenti rimarrebbero inspiegabili. L’ignoto, il caos e la casualità fanno paura: è necessario ritrovare, creare se necessario, un ambito di serenità e sicurezza che ci protegga dalla totale mancanza di causalità degli avvenimenti. E l’identificazione di un nemico, reale o immaginario, colpevole o non, è una tecnica che storicamente ci ha aiutato ad accettare l’incredibile: un capro espiatorio che ci distragga dalla vera natura dei problemi.

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Pur di dare una risposta a tutto siamo quindi portati a credere al falso, a condividerlo, a trasformarlo in verità. L’ormai quasi totale diffusione dei social network ne amplifica ed alimenta la diffusione, al punto che le cosiddette “fake news” digitali stanno comportando forti ripercussioni sul mondo reale. La “viralità” che i contenuti possono raggiungere sulle piattaforme “social” è tale da influenzare i comportamenti degli utenti anche fuori del contesto virtuale. Una falsa notizia durante la votazione referendaria sulla riforma costituzionale, ad esempio, ha portato ad un panico generale che si è manifestato non solo sui social ma anche nelle cabine elettorali: in brevissimo tempo è scattato l’allarme delle cosiddette “matite cancellabili”.

D’altronde, se a denunciare il fatto è Piero Pelù, perché non crederci?

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