Discorso tra le righe

Appena il primo volume dell’Encyclopedie – o Dizionario ragionato delle scienze, delle arti e dei mestieri –  arrivò nelle mani delle autorità francesi, fu subito chiaro che si trattava di un’opera pericolosa.

Questa grande impresa editoriale – la più bella e tra le più importanti in campo libraio – non solo si proponeva come fonte universale del sapere, all’interno della quale era possibile trovare informazioni di ogni tipo dalla A alla Z; ma i due autori, Denise Diderot e Jean-Baptiste Le Ronde d’Alambert, proponevano anche un nuovo metodo di classificazione e conoscenza del mondo, rivendicando il fondamentale ruolo delle facoltà umane.
Infatti tutto ciò che l’uomo conosce, lo apprende dalla sua stessa ragione che combina i dati sensoriali con altre due facoltà, la memoria e l’immaginazione. Questo concetto – chiaramente illuminista – veniva perfino espresso graficamente all’interno dell’opera, attraverso la rappresentazione del cosiddetto “albero della conoscenza”, il quale mostrava come tutte le scienze e le arti dovessero inequivocabilmente essere ricondotte alle tre facoltà mentali dell’uomo – ragione, memoria e immaginazione. Se la filosofia costituisce il tronco dal quale si ramificano tutte le altre discipline, la teologia non è che un ramo lontano prossimo alla magia nera.

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Si trattava di una filosofia, un modo nuovo di pensare e del pensiero, che contrapponeva fortemente al sapere “tradizionale”, frutto del pregiudizio e della superstizione che tanto piaceva e tanto serviva alle autorità ecclesiastiche e temporali dell’epoca, un sistema della conoscenza generalmente inteso in senso scientifico. Non stupisce quindi che già dalla pubblicazione del primo volume, avvenuta nel 1751, l’Encyclopedie venne attaccata dai più strenui difensori delle vecchie ortodossie e dalle autorità statali. Fortunatamente poté sempre contare su potenti protettori come Chretien-Guillaume de Lamoignon de Malesherbes, responsabile della censura per conto del Re sulle stampe, che sfruttò questa importante posizione per salvarla e sostenerla dai numerosissimi attacchi; ciononostante il 5 marzo del 1759 venne comunque messa all’Indice dei libri proibiti, e il Papa Clemente XII ordinò a tutti i cattolici di far bruciare le loro copie da un sacerdote. Pena la scomunica.

È in questo clima che prende forma la lotta per la libera circolazione delle idee. Era necessario difendere e rivendicare il ruolo dell’autore e dei suoi diritti, la libertà di espressione e diffusione delle informazioni libera da costrizioni sovraordinate. Le idee discordanti o semplicemente distanti dalla dottrina delle autorità ecclesiastiche e temporali erano considerate pericolose, niente poteva discostarsi dal pensiero ufficiale; per gli autori si rivelò quindi necessario battersi per quello che era a tutti gli effetti un “diritto universale”.

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Vennero quindi elaborate diverse strategie per aggirare il bavaglio imposto dalle autorità; gli enciclopedisti cominciarono ad usare lo stratagemma di un parlare indiretto, scavalcando in qualche modo la censura per “contrabbandare” le loro opinioni.  Sotto lemmi strampalati – quindi non ovvi – gli enciclopedisti “spacciavano” di nascosto qualche osservazione circa l’assurdità del cristianesimo, principale censore dell’epoca, nemico dichiarato del pensiero illuminista; erano solitamente osservazioni velate, allusioni nascoste tra le righe che solo i lettori più attenti avrebbero potuto cogliere. Una sorta di “linguaggio in codice” che avvicinava autore e lettore, complici di un vero e proprio contrabbando della conoscenza ai danni del censore. Un gioco tra i registri del detto e del non detto, ai limiti del virtuosismo compositivo, ma sempre “furbescamente rispettoso” dei parametri imposti dalle autorità, che riusciva comunque a fornire al lettore tutti gli elementi necessari per poter riconoscere ed interpretare, senza fraintendimenti, il pensiero autentico dell’autore.

Si trattava in ogni caso di una forma di autocensura: il “cospiratore” settecentesco si adattava, se non addirittura sottometteva, alle forme di controllo del pensiero, nella convinzione che il compromesso forzato con le autorità censorie fosse il prezzo da pagare per aggirarle e rientrare nel sistema che consentiva la diffusione delle idee. Tentativi (a volte contraddittori) di espressione libera del pensiero che correvano sul filo del rasoio ma che hanno contribuito in modo sostanziale alla definizione della moderna figura dell’autore e al riconoscimento dei suoi inalienabili diritti.

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