Camera di risonanza

In quanto animali sociali siamo portati ad aggregarci con altri individui e costituirci in società. È nella nostra natura e abbiamo la tendenza ad interagire e stringere rapporti con chi dimostra di avere opinioni e una visione del mondo simili alla nostra.
La rete è uno specchio della società. Riflette ed amplifica questa dinamica prettamente umana, che si manifesta soprattutto all’interno dei social network, favorendo la formazione di vere e proprie società virtuali: microcosmi abitati da utenti che si somigliano e che condividono uno stesso sistema di credenze, aggregati intorno ad interessi comuni e polarizzati su determinati temi.

La tendenza a credere solo nelle informazioni che aderiscono al nostro sistema di credenze in psicologia cognitiva prende il nome di pregiudizio di conferma. Nel momento stesso in cui formuliamo una ricerca su Google, sappiamo già che tipo di risposta vogliamo: informazioni che confermino le nostre idee, le nostre posizioni. Le informazioni opposte, che minerebbero le nostre credenze, siamo portati a screditarle e a ritenerle meno credibili. E’ la necessità umana di possedere un sistema di conoscenze certo, sicuro, che possa guidarci e rassicurarci.
Quando entriamo in contatto con informazioni nuove attiviamo un sistema di selezione che non si basa sull’utilità o la fondatezza che tali informazioni possono avere, ma piuttosto tendiamo a confrontarle con quello che già pensiamo; acquisiamo quindi solo quei dati che risultino in linea con le nostre credenze. Questo tipo di selezione non è razionale ma piuttosto guidata da un sentimento emotivo: respingere le informazioni alternative, e favorire invece quelle coerenti con le nostre credenze, ci conforta, ci rassicura e ci evita di mettere sempre in discussione le nostre categorie di riferimento.
Il “pregiudizio da conferma” non consente quindi di valutare razionalmente argomenti e informazioni e spesso la qualità e la validità delle notizie passano in secondo piano. Questo spiegherebbe la diffusione di false informazioni, leggende metropolitane e bufale.

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Questa dinamica cognitiva propria dell’uomo ha assunto un ruolo fondamentale nell’era digitale. Siamo noi a scegliere di esporci a precisi contenuti informativi sulla base di criteri soggettivi: raccogliamo tutti gli stimoli esterni e selezioniamo e filtriamo solo quello che ci interessa. Gli algoritmi, i risultati personalizzati di Google, i suggerimenti di amicizie su Facebook, l’adesione a gruppi o pagine da seguire, ci facilitano questa operazione di filtraggio e ci danno la possibilità di abitare il mondo virtuale più affine a noi. Di certo una grande opportunità, ma non sempre positiva: il pericolo è ritrovarsi incastrati in un sistema chiuso, un mondo estremamente piccolo, un ghetto abitato solo da utenti che condividono gli stessi identici interessi.
In questo modo vengono precluse le infinite possibilità offerte dalla rete digitale. Questo piccolo mondo – detto “Echo Chamber” – finirebbe per costituire una camera di risonanza in cui troviamo e ritroviamo solo quello che ci piace, entriamo in relazione solo con utenti che hanno i nostri stessi interessi e opinioni: un eco continuo delle stesse informazioni, sugli stessi temi, con le stesse dinamiche e le stesse prospettive; un eterno ritorno. Le informazioni immesse all’interno di queste camere di risonanza acquistano importanza per gli utenti che le abitano; se viene inserita una falsa informazione questa continuerà a rimbalzare sulle pareti della camera e difficilmente sarà possibile arginarla e correggerla. Una volta entrata nella camera, l’informazione produce un eco di consenso generale talmente potente che anche fosse possibile dimostrare l’infondatezza dell’informazione, ciò non impedirebbe agli utenti di continuare a credervi.

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