Io, me e Facebook

Anche Facebook, come Google, personalizza radicalmente l’esperienza di navigazione per i propri utenti, selezionando i contenuti ritenuti più “interessanti” da mostrare: ogni iscritto ha la propria News Feed, una sorta di giornale costruito “ad personam” sul quale compaiono quasi esclusivamente notizie che potrebbero (o dovrebbero) piacergli. Un giornale che risponde puntualmente alle esigenze “social” della propria rete difficilmente verrà a noia per l’utente.
L’obiettivo è rendere subito accessibili le informazioni rilevanti non appena l’utente “si logga” sulla piattaforma. Gli iscritti sono ormai più di un miliardo e i contenuti che vengono pubblicati sono esponenzialmente tanti di più: sarebbe davvero impossibile stare dietro a tutti gli “aggiornamenti di stato” degli altri utenti, tutte le notizie, tutti i gossip. Quindi Facebook che fa? Ancora una volta gli algoritmi digitali vengono in nostro soccorso, per semplificarci la vita. In base ai nostri comportamenti sul sito selezionano e propongono i contenuti ritenuti più rilevanti, quelli che non possiamo assolutamente perdere. Contenuti che non solo ci interesserebbe tantissimo leggere, vedere – nel caso si trattasse, come nella maggior parte dei casi, di foto personali – ma che quasi sicuramente condivideremo o con i quali interagiremo in qualche modo, magari mettendo un bel pollicione all’insù in segno di approvazione.

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EdgeRank: questo il nome del magico algoritmo che Facebook usa per definire i contenuti più rilevanti da mostrare in primo piano nella News Feed dei propri utenti.
La classificazione dei contenuti avviene secondo tre fattori.
Il primo è quello dell’affinità: più siamo amici di qualcuno – e questo viene stabilito in base al tempo che passiamo a controllare il suo profilo e a interagirvi – e più aumentano le probabilità di vedere nella nostra News Feed i suoi aggiornamenti. Il secondo è l’importanza attribuita ai contenuti: gli aggiornamenti di stato che riguardano i rapporti sentimentali, ad esempio, hanno un peso maggiore. Ma l’importanza dei contenuti viene stabilita anche dal numero di Like e commenti che i post ricevono: con pochi Like si ha un peso inferiore e le probabilità di comparire nella Home saranno davvero basse. Il terzo riguarda invece il tempo: i post più recenti risulteranno più rilevanti rispetto a quelli più vecchi.

Ma perché lo fa? Che interesse ha Facebook di selezionare materiale per me con elaborati algoritmi? Non posso cercare in autonomia le cose che mi potrebbero piacere? Un tempo era proprio così: il NewsFeed si chiamava TimeLine, e le cose erano molto noiose. Sulla nostra pagina iniziale di Facebook comparivano in ordine cronologico tutti gli “aggiornamenti” degli “amici” (la propria rete di collegamenti). Una lunghissima lista di contenuti di scarso interesse da scorrere quasi all’infinito, all’indietro nel tempo, alla ricerca di qualcosa che potesse attirare la nostra attenzione. Con questo sistema, l’esperienza sulla piattaforma era più simile ad un fastidioso lavoro che ad un dilettevole passatempo.
Ovviamente è interesse di Facebook – e di Mark Zuckerberg in prima persona – che ogni iscritto sia soddisfatto del proprio tempo speso sulla piattaforma. Se l’utente ha trovato interessante passare del tempo su Facebook – tra pettegolezzi che farebbero invidia alla più scaltra delle vecchiette di paese – molto probabilmente ci tornerà e vorrà ripetere quell’esperienza. E magari interagirà anche con un contenuto sponsorizzato affine ai suoi interessi, che guarda caso sarà tra una foto di gattini e l’aggiornamento di stato del suo ex che si, si è fidanzato proprio con quella lì.

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Affinché la personalizzazione sia efficiente, l’algoritmo deve quindi farsi un’idea precisa e verosimile di cosa caratterizzi l’utente. Il filtro cerca innanzi tutto di “capire le persone” e quali siano i loro gusti, accumulando montagne di dati attraverso le informazioni pubblicate e le personalissime interazioni effettuate: insomma la macchina prova a leggere ed interpretare i comportamenti umani. Un’analisi continua e necessaria fornisce all’utente contenuti e servizi ritenuti più compatibili e appropriati. L’obiettivo è affinare la compatibilità, creando una sintonia perfetta tra utente e piattaforma.

Per quanto sia l’utente a determinare i mezzi d’informazione con i quali entrare in contatto, è vero anche il contrario: i media determinano la nostra identità. Se il medium – in questo caso Facebook – forza questa perfetta corrispondenza tra noi e le informazioni, facendoci relazionare solo con ciò che ci piace, il rischio è quello di modificarci. Finiremo per adattare i nostri comportamenti all’idea che Facebook si è fatto di noi, e quell’identità distorta diventerà ciò che siamo veramente.
I filtri personalizzati possono addirittura influire sulle nostre scelte future. L’accesso a fonti diversificate di informazione ci rende liberi, non solo perché siamo più autonomi nel compiere una scelta circa ciò che vogliamo, ma anche perché in questo modo possiamo conoscere tutte le alternative possibili. Avere troppe scelte è sicuramente destabilizzante (quanto averne troppo poche), perché ci si può sentire sopraffatti dalle numerose possibilità (o impossibilità). Ma il problema rimane di fatto la bolla dei filtri, che non riflette solamente le scelte che faccio, la mia identità, ma stabilisce anche quali scelte potrei fare, la mia futura identità, la mia identità potenziale. Nella News Feed personale possono comparirmi annunci di concorsi, posti di lavoro e quant’altro mirati, affini, al mio percorso di studi all’Università di Bologna. La mia amica che studia all’Università di Roma La Sapienza non avrà la possibilità di entrare in contatto con questi stessi annunci. Suggerendo delle possibilità e nascondendone altre, la bolla dei filtri sta di fatto determinando chi siamo e chi diventeremo.

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