Google ti conosce

Il 4 dicembre 2009 Google, sul blog ufficiale, annuncia: ricerca personalizzata per tutti!

Da quel momento in poi cambiano le logiche di ricerca: Google smette di essere uguale per tutti e comincia a fornire ad ogni utente risultati e pubblicità mirata, informazioni fatte su misura. Finisce ufficialmente il tempo di una rete anonima in cui è concesso essere chiunque si voglia. Caro internauta, che ti piaccia o no, Google sa chi sei e cosa vuoi.

Per poterti fornire risultati personalizzati Big G deve conoscerti, sapere chi sei, cosa sei solito cercare sul web, cosa ti piace comprare, quali fonti consideri attendibili e preferisci.
Inizialmente per l’acquisizione di tutti questi dati Google cominciò a fornire altri tipi di servizi, come ad esempio la posta elettronica, l’ormai celebre Gmail: incrociando la posta e i comportamenti sul sito con i link cliccati sul motore di ricerca, Google ha avuto di fatto accesso ad innumerevoli informazioni su di noi. Ed è proprio sulla base di questi dati che è sempre più in grado di tracciare il profilo dell’utente e muoversi di conseguenza ogni volta che questo naviga nella rete.

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Nel 2009 le cose cambiano e la personalizzazione smette di essere una prerogativa esclusiva per gli utenti loggati a Google tramite Gmail: non è più necessario fornire i propri dati tramite servizi secondari, Google sa comunque come prendersi ciò che gli interessa! Basta un cookie nel browser dell’internauta per poter tracciare tutto ciò che cerca, clicca, compra. Dietro una semplice navigazione su un sito c’è infatti un enorme mercato di informazioni sui nostri movimenti online, e i colossi del web – Google, Facebook, Apple, Amazon – sono pronti a tutto pur di accaparrarseli.

Big G è in grado di conoscerci sempre meglio: memorizza le nostre informazioni e attraverso le tracce che lasciamo in rete – ormai è tutto tracciabile, a meno che non si scelga la navigazione in incognito – sa che tipo di risposte cerchiamo, ma soprattutto vogliamo, e così seleziona i risultati mettendo in risalto quelli più “adatti” a noi.

Il rischio di questo tipo di accesso personalizzato alle informazioni è di rimanere intrappolati in una bolla autoreferenziale, ed avere di conseguenza una visione distorta della realtà. Quando scelgo di leggere il Fatto Quotidiano piuttosto che Il Giornale scelgo il mio filtro, so benissimo con quali lenti sto leggendo la realtà ed è una scelta che opero in modo consapevole; Google però non è così trasparente riguardo i propri filtri, non sappiamo infatti che uso ne faccia, così come non sappiamo che tipo di idea si sia fatto di noi e se questa corrisponda al vero o meno. In questo modo non abbiamo possibilità di scelta, ci ritroviamo tra le pareti di una bolla informatica che non abbiamo consapevolmente scelto ma che in qualche modo siamo costretti a subire.

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La personalizzazione dei risultati è senza dubbio un grande successo per un motore di ricerca. Ma dovremmo forse domandarci cosa ci guadagna ma soprattutto cosa ci perde l’utente. Non si tratta semplicemente di una rivoluzione tecnologica interna al mondo del web: a cambiare è il nostro modo di accedere e consumare informazioni e questo può avere seri risvolti sul mondo reale. Ad esempio: se Google ha dedotto dalle mie tracce di navigazione che ho un orientamento politico di un colore piuttosto che di un altro, farà una selezione di siti e contenuti e ogni volta mi proporrà solo determinate fonti. Questo genera in me sicuramente una sensazione di conforto – trovo sempre conferma delle mie idee – ma è altrettanto vero che in questo modo mi preclude una visione più ampia della realtà, fatta anche di idee diverse dalle mie. Probabilmente non troverò mai risultati che mi destabilizzeranno o che mi faranno dubitare, ripensare, circa alcune mie posizioni; sarà quindi come trovarsi in un vortice di autoreferenzialità, un eterno ritorno dell’uguale, rassicurante ma limitante.

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